Un’occhiata prima di uscire di casa, un’altra alla vetrina del negozio per controllare di essere a posto, e poi un’altra ancora allo specchio in palestra, perché anche durante l’attività fisica essere in ordine non guasta.

Avete mai provato a pensare a quante volte, in media, ci specchiamo in una giornata? Un’abitudine innocua, certo, che non nuoce a nessuno, ma che nasconde un’importante considerazione, decisamente ignorata.

Perché il continuo guardarsi allo specchio, quei check continui ai nostri capelli, al trucco o a come cadono i vestiti, sono ben altro che mera vanità. La verità è che ci guardiamo per controllare se siamo “accettabili” per gli altri, e questo ha un nome, body monitoring.

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Perché ci si guarda allo specchio

Il motivo per cui ci guardiamo allo specchio potrebbe avere a che fare con la “paura” di non essere considerati all’altezza da parte degli altri, uomini e donne. Ne parla Jennifer Guerra in un capitolo del suo Il corpo elettrico, menzionando l’habitual body monitoring, ovvero il monitoraggio abituale del corpo, che, tradotto, non è altro che la tendenza, soprattutto femminile, di pensare costantemente al modo in cui si appare.

È, sostanzialmente, quello che ci spinge a pensare che, in una stanza, tutti i presenti siano concentrati su quello che noi riteniamo essere un nostro particolare difetto o una pecca del nostro aspetto in quel momento: un rotolino di pancia, un accenno di buccia d’arancia, lo smalto sbeccato o la strisciolina di peli che compare dai jeans, perché abbiamo dimenticato di raderla.

“Non c’è momento della giornata in cui non compiamo il monitoraggio abituale del corpo”, dice Jennifer, e a ragione. Ma perché siamo così ossessionate dall’idea di apparire perfette agli occhi degli altri, indipendentemente che siano uomini o donne?

Tutto dipende dal male gaze, che è alla base dell’oggettificazione sessuale (su cui torneremo fra poco) e che, introdotto dalla critica femminista Laura Mulvey nel 1975, si è ampliato dalla semplice critica cinematografica per allargarsi a un vero e proprio discorso sociologico, legato a tutte quelle narrazioni in cui lo sguardo è dominato dal piacere maschile, proiettato su un’immagine che sia eroticamente stimolata, ma ovviamente stereotipata, della donna.

In un mondo dominato dallo squilibrio tra i sessi, il piacere del guardare è stato suddiviso tra l’attivo/maschile e il passivo/femminile – scrive Mulvey in “Visual Pleasure and Narrative Cinema” – Lo sguardo maschile [male gaze] determinante proietta la sua fantasia sulla figura femminile che è stilizzata a piacere. Nel loro tradizionale ruolo esibizionista, le donne sono simultaneamente guardate e mostrate nella loro apparenza codificata al fine di avere un forte impatto visuale ed erotico, così da potersi dire di connotare la loro ‘guardabilità’.

In un contesto simile, il nostro valore viene a dipendere unicamente dalle attenzioni che lo sguardo maschile ci rivolge.

Il mondo è a misura di maschio, e noi donne sentiamo sempre il dovere di correggerci di conseguenza, calibrando i nostri gesti per conformarci o, al massimo, essere il meno scomode possibile – dice Guerra – La nostra società è così ossessionata dall’immagine e dall’apparenza che, va da sé, uno dei fattori su cui sentiamo maggior pressione sia il nostro aspetto fisico. Anche quando abbiamo una relazione appagante e accanto un uomo o una donna che ci ama e a cui piacciamo, non saremo mai sufficientemente rassicurate sul nostro aspetto.

Intimamente collegato a questo aspetto, però, ce n’è un altro, perché il discorso che abbiamo fatto finora si applica nell’ipotesi in cui si senta il bisogno spasmodico di controllare il nostro aspetto quando siamo in un luogo pieno di persone, uomini e donne. Ma perché lo facciamo anche in un luogo dove ci sono sole donne, e siamo certe di non dover “lottare” con il nostro corpo per attirare gli sguardi maschili?

Perché uno dei frutti del male gaze è proprio la competizione fra donne: quella che spinge a scannerizzare ogni centimetro di pelle della donna che abbiamo di fronte alla ricerca del difetto, del neo, e al contempo ci spinge a preoccuparsi del nostro aspetto, affinché risultiamo “migliori” di lei.

Vediamo l’attenzione maschile come il Sacro Graal della nostra esistenza, ingigantendolo – scrive Jennifer Guerra, citando la professoressa associata dell’Occidental College Caroline Heldman, durante una Ted Talk del 2013 a San Diego, intitolata The Sexy Lie – e così facciamo a gara con le altre donne per la nostra autostima, perché la vediamo come una risorsa esauribile, una preziosa risorsa esauribile. Andiamo alle feste, e sappiamo dove collocarci nell’ordine di rimorchio delle ragazze carine. Quando un’altra donna acquista valore nel diventare un oggetto sessuale, ci fa stare male con noi stesse.

Non dobbiamo negare l’esistenza di una competizione fra donne, né parlarne come se fosse un tratto atavico e immodificabile della personalità femminile; piuttosto, si può affermare che essa sia il risultato di quella misoginia interiorizzata di cui anche le donne soffrono.

Guardarsi allo specchio e piacersi: perché è difficile?

Perché affrontiamo giorni in cui la nostra autostima ci fa guardare allo specchio con maggiore serenità, e altri in cui non sopportiamo l’immagine che vediamo riflessa?

Al di là delle questioni psicologiche più importanti, e di un atteggiamento che può sfociare nel patologico, ad esempio nella dismorfofobia, potremmo continuare il discorso iniziato nel precedente paragrafo e dire che molto ha a che fare con il male gaze.

Le donne sono da sempre sottoposte a una terrificante oggettificazione sessuale, che le ha portate a essere valutate più o meno alla stregua di “pezzi di carne” da considerare in base al grado di appetibilità; questo porta costantemente le donne a essere riconosciute come “valide” solo se considerate attraenti dagli uomini, e a essere giudicate dalle altre donne per le più disparate ragioni.

Ancora Caroline Heldman la definisce come

[…] la rappresentazione o la considerazione di una persona come un oggetto sessuale che sia al servizio del piacere altrui.

Non ci preoccuperemmo così tanto del nostro aspetto, esaminandolo appena ne abbiamo l’occasione, se fossimo consapevoli di non avere un valore assegnato in base a esso; invece, la società è tendenzialmente esteta, e spesso associa la bellezza al successo, alla realizzazione personale, persino alla felicità. Tanto che non è raro sentire qualcuna/o dire “Se solo fossi più alta” o “Se solo fossi più magra”, come se il possedere una caratteristica fisica che non si ha potesse garantire una maggiore felicità personale, altrimenti irraggiungibile.

Chiaro che, in un contesto del genere, non siamo disposte a perdonare alle altre scivoloni estetici, siano esse anche personaggi pubblici, il che da il la a tutti quegli hate speech sulla celebrity di turno che è ingrassata, dimagrita, che ha partorito e non ha ancora perso i chili o che ha partorito e li ha persi troppo in fretta.

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L’oggettificazione sessuale, intesa come senso di piacere a un’altra persona solo in virtù della nostra estetica, innegabilmente per le donne si riflette anche nella vita sessuale, rendendola meno appagante e piacevole di quanto potrebbe essere, se solo non si preoccupassero di cosa il partner può pensare del loro fisico.

Non riusciamo a essere pienamente coinvolte nell’atto sessuale perché ci preoccupiamo di come appariamo in quella circostanza, se la luce in quel momento ci mette in evidenza i buchi della cellulite o se in quella posizione le nostre gambe sembrano più grosse – spiega Guerra, citando Heldman – È come se vivessimo il sesso da spettatrici esterne, piuttosto che da protagoniste. Questo conduce a una serie di disfunzioni sessuali e rende più difficile raggiungere l’orgasmo, perché ci convinciamo che sia possibile fare del sesso di qualità (per l’uomo, ovviamente) solo se si è l’oggetto sessuale perfetto (sempre per l’uomo).

Stando così le cose, sembra proprio che sia l’ossessione per l’aspetto fisico a guidare le nostre vite, barcamenandoci costantemente da un estremo all’altro; un esempio perfetto è quello proposto dalla scrittrice e giornalista Laurie Penny, quando dice:

Diciamo alle ragazze che non hanno il diritto di conquistarsi i loro spazi nel mondo e poi siamo confusi quando smettono di mangiare.

Perché il body monitoring chiaramente si alimenta nelle insicurezze femminili, e nell’ossessiva ricerca di aderire a uno standard estetico imposto da certi soggetti – mondo dell’advertising, fashion, influencer – per cui si vale solo ed esclusivamente se si hanno determinate caratteristiche.

Il mondo vuole delle donne trasparenti, che si facciano da parte per ritirarsi in una stanza privata in cui mortificare il proprio corpo finché non aderirà allo standard della perfezione. O collasserà. La stanza privata è quella del monitoraggio abituale del corpo. Un lavoro immenso, fisicamente e psicologicamente logorante, che ci trascina inesorabilmente verso l’autocensura e che sottrae tempo, risorse ed energie alla nostra dimensione pubblica.

Jennifer Guerra, Il corpo elettrico, capitolo 2

Per far capire quanto forte sia il condizionamento estetico socioculturale imposto alle donne, è fondamentale leggere Il mito della bellezza, scritto da Naomi Wolf nel 1991 ma ancora quantomai attuale; nel saggio, Wolf analizzava la frustrazione e l’infelicità delle donne per non riuscire a raggiungere gli standard estetici delle modelle magrissime in voga in quel decennio, unitamente alle critiche per queste ultime per rappresentare un ideale “malsano”; e c’è da dire che molte delle considerazioni della scrittrice statunitense sono valide ancora oggi.

Il mito della bellezza

Il mito della bellezza

Il saggio più famoso della giornalista Naomi Wolf, pubblicato nel 2002.
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Ci accorgiamo dei danni dell’anoressia perché sono evidenti – è il commento di Jennifer Guerra – Non li possiamo ignorare perché sono sotto ai nostri occhi. Quello che ci sfugge è che esistono molte più forme di malattia di quante ne possiamo vedere. Tutto in mezzo, c’è un mare di sconforto e di disagio, di prime forme di disturbi mentali, di giornate rovinate, di fiducia spezzata che colpisce più o meno gravemente, ma colpisce tutte.

Si parla spesso di come l’ideale di bellezza mortifichi l’autostima, con l’errore però di credere che per essere più serene basti ‘piacersi’. Il problema, più che piacersi o meno, è il mettere in dubbio il proprio valore e le proprie capacità, alimentandosi della convinzione che la qualità del nostro aspetto sia direttamente proporzionale alla qualità della nostra vita.

L’incapacità di guardarsi allo specchio

“Specchio, servo delle mie brame” è la frase famosissima pronunciata da Grimilde, la strega di Biancaneve, nella fiaba dei Grimm. Che la dice lunga sul tipo di autostima di cui era fornita la tremenda strega, la quale considerava lo specchio come un modo per vedere esaudite tutte le proprie richieste (e sì, il suo specchio in effetti era magico).

Nella realtà di tutti i giorni, invece, molto più spesso siamo noi a essere “schiave” dello specchio, per tutta quella serie di motivi che abbiamo approfondito nei paragrafi precedenti: insomma, quando ci guardiamo allo specchio quello che vediamo può influenzare il nostro modo di relazionarci con gli altri e con noi stessi, in quella che viene indicata come vera e propria “sindrome dello specchio”.

Chi ne soffre finisce con l’ingigantire i propri difetti, fino a distorcere completamente la visione di se stessa/o, in una relazione asimmetrica con il proprio riflesso, che non corrisponde per nulla a come siamo veramente. Avere una visione del genere può ovviamente essere fonte di fortissimi problemi, a partire proprio da quell’atteggiamento dismorfofobico cui accennavamo prima.

Ma la sindrome dello specchio diventa una patologia da curare anche quando degenera in casi come la bulimia o l’anoressia, in cui chi ne soffre si vede costantemente brutta, grassa e inadeguata. Queste persone, condizionate da quegli stereotipi estetici cui non sentono di appartenere, finiscono spesso con l’avere una vera e propria incapacità di guardare l’immagine di se stesse nello specchio.

Guardarsi allo specchio per sentirsi meglio

Non è certamente facile liberarsi da atteggiamenti che, come detto, sono molto spesso interiorizzati in noi, compreso il male gaze, ma ovviamente il primo passo da compiere per superare il body monitoring è smettere di fare paragoni con gli altri, accettando il fatto di non essere né migliori, né peggiori, ma solo diversi.

Lasciando perdere il fatto che gli standard di bellezza sono molto diversi fra i vari Paesi, ma anche che sono cambiati nel corso del tempo, dovremmo partire dal presupposto che tentare di uniformarci agli altri significa perdere le nostre peculiarità e la nostra singolarità, il che non significa sfociare sul versante opposto, ovvero nel narcisismo, ma semplicemente imparare ad apprezzare ciò di cui la natura ci ha fornito, consapevoli che sia assolutamente differente da qualsiasi altra persona.

Quello che dovremmo imparare a chiederci, guardandoci la mattina allo specchio, è: importano davvero i centimetri sul nostro girovita? O i capelli bianchi che spuntano perché non sono ancora riuscita a fare il colore? La risposta, a entrambe le domande, è ovviamente no, ma come detto capirla non è sempre facile, proprio per quel meccanismo di male gaze che ci porta a sentirci in pace con noi stesse solo se sappiamo di attirare gli sguardi maschili.

Il fatto è che attirare le altre persone non è il male assoluto; lo diventa nel momento in cui facciamo dipendere per forza la nostra felicità dal numero di sguardi che riusciamo a catturare. Dovremmo invece provare a capire che la prima, e più importante accettazione, è la nostra, e che se decidiamo di curarci, di vestirci o di pettinarci in un certo modo, lo facciamo solo ed esclusivamente per noi.

Articolo originale pubblicato il 2 Novembre 2020

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