La prova costume, un mito che ha fatto molti danni e finalmente scricchiola

Nonostante i movimenti di body positivity e le nuove consapevolezze, ancora molte, troppe persone vivono con angoscia e disagio il momento della cosiddetta “prova costume”, che altro non è che un confronto deleterio e tossico con le altre fisicità che ci circondano. È ora di superare questo mito.

Ogni anno, la stessa agonia. I primi vagiti iniziano verso la metà di aprile e l’inizio di maggio: «Inizia ora la tua remise en forme per l’estate», «La prova costume è alle porte: i consigli per dimagrire», «Come tornare in forma dopo l’inverno», «Le diete e gli esercizi migliori per la spiaggia».

Una pletora di titoli di giornale che confluiscono tutti verso un unico, ossessivo obiettivo: la cosiddetta “prova costume”. Titoli che mirano a convincere i suoi lettori, e soprattutto le donne, che, per affrontare al meglio i mesi più caldi dell’anno e i giorni trascorsi sulla sabbia, sia necessario mostrare corpi tonici, snelli e “in forma”.

In una parola: conformi, rispetto ai canoni di bellezza imposti dal patriarcato e diffusi, come convinzioni fisse e ardue da estirpare, tra la maggior parte delle persone che, con il giungere dell’estate, iniziano a percepire ansia da prestazione, disagio e vergogna al pensiero di mostrarsi in costume.

È, però, ora di superare il mito della prova costume e, in particolar modo, i sentimenti di malessere che quest’ultima reca con sé. Scopriamo come.

Il thinsplaining delegittima la lotta alla grassofobia e non fa bene a nessuno

Il mito della prova costume

La concezione che la spiaggia sia un campo di prova per “misurare” la gradevolezza dei corpi che in essa si muovono e valutarne il “valore” è innestata nelle nostre menti da ormai tanto, troppo tempo.

L’estate, con l’acuirsi delle occasioni in cui mostrare la propria pelle nuda, le giornate in piscina e i soggiorni al mare, diviene infatti, puntualmente, il teatro per eccellenza della reificazione delle donne, ridotte alla mera forma del proprio corpo e alla più o meno aderenza di esso alle “norme” di bellezza imposte a livello sociale e culturale.

Un’esposizione che, immancabilmente, scatena in molte persone una vera e propria “ansia da prova costume”, che, spesso, può volgersi in stress psicologico e angoscia. Esiste anche un’espressione specifica per definire questa condizione: si chiama “Bikini Blues”, ed è stata coniata in seguito a uno studio promosso dalla Flinders University del Sud Australia condotto su cento studentesse locali, soggette a disagio psicologico in relazione alla prova costume.

Come si legge su Fanpage, la dottoressa Marika Tiggemann spiega il fenomeno mediante uno

sdoppiamento della mente dal corpo che tende ad auto-analizzarsi come un oggetto. Una volta scisso, diviene più facile renderlo bersaglio di critiche, magari accentuate da una bassa autostima. Questo processo chiamato auto-oggettivazione può portare a una vera e propria dismorfofobia (paura che proviene da una visione distorta del proprio corpo) e può far insorgere anche pericolosi disturbi alimentari, come anoressia e/o bulimia.

"La dismorfofobia non è un capriccio, è puro terrore per i 'difetti' del proprio corpo"

Insomma, misurare il proprio corpo, porlo in competizione con quello delle altre persone e oggettivarlo al punto da considerarlo “altro da sé” comporta, nel soggetto che sperimenta il disagio, un malessere psicofisico che ha delle gravi ripercussioni sul nostro benessere, portandoci a essere ancora più severe con noi stesse e a indulgere in diete restrittive e spesso deleterie per il nostro fisico – alimentando, così, il potere della diet culture.

Come precisa sempre su Fanpage Anne Galles, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale:

La prova costume è uno spauracchio. Alimenta e mantiene vivo un circolo vizioso dannoso per le persone che si lanciano a fare le diete più assurde inseguendo l’obiettivo di essere “presentabili in spiaggia”. […] Si tende verso il raggiungimento degli obiettivi imposti dalla società, come un corpo magro o un fisico scolpito, anche se questi non corrispondono alla maggioranza delle donne. Ma soprattutto si ha difficoltà a concepire il corpo come il mezzo attraverso il quale possiamo fare attività come passeggiate, tuffi o immersioni.

Prova costume, social e body positivity

Una spirale di infelicità, disagio e malessere che viene corroborata anche dai social network e, in particolare, dalla competizione messa in atto sulle varie home di Instagram, Facebook, TikTok e simili.

Pur non volendolo ed essendo, nella maggior parte dei casi, consapevoli del meccanismo alla base dei suddetti, risulta, infatti, spontaneo osservare gli altri corpi in mostra paragonandoli con il proprio, notandone punti di debolezza, inestetismi e “imperfezioni”.

Tali imperfezioni, però, risiedono solo nel nostro punto di vista giudicante, influenzato dai dettami diffusi nella società e interiorizzati al punto da considerarli propri. Soprattutto quando si tratta della prova costume, in relazione alla quale percepiamo una pressione mentale che ci conduce a credere di dover “meritare” il costume da bagno, e non che questo sia un semplice indumento da indossare in una spiaggia pubblica, a prescindere dalle forme dei nostri corpi.

Lo sa bene la body positivity, che da anni promuove un’auto-accettazione della propria forma fisica e tenta di destrutturare i paradigmi imposti dalla collettività, normalizzando quello che, “normale”, non è considerato affatto.

L'onestà di Ashley Graham, incinta di due gemelli, sul post parto e sul suo corpo

Un movimento che, tuttavia, non sempre ci salva dal confronto con le altre persone. Come racconta la testimonianza raccolta su The Wom:

Non avevo mai pensato di poter essere influenzata dai social, specialmente per quanto riguarda il mio aspetto. Almeno finché non è stato il momento di mettersi in costume. Lo ammetto: è stato un disastro. […] Mi sono ritrovata da sola, nel mio giardino, con solo Instagram a giudicarmi: il risultato è stato impietoso. Al mio corpo, infatti, sono riuscita a trovare solo ed esclusivamente difetti. […] Mi sono trovata completamente invischiata nell’incapacità di vedere il mio corpo per com’era, ma solo per quello che credevo dovesse essere.

Proprio l’“essere”, appunto, si pone, dunque, al centro del discorso. Probabilmente i passi da compiere saranno ancora molti, ma ciò che è importante ricordare, al di là di facili campagne di marketing e apparente body positivity, è solo questo: prima della forma del corpo, esiste il corpo, ossia ciò che ci permette di camminare, fare sport, riposare, esplorare il mondo, vivere. E solo il confronto “reale”, con corpi reali, vivi e in movimento, è ciò che dovremmo perseguire. Non per misurare i rispettivi pregi e difetti, ma per vivere con serenità il nostro stare al mondo, senza dare credito a chi ci vuole diversi da come siamo.

Articolo originale pubblicato il 11 Luglio 2022

La discussione continua nel gruppo privato!
Seguici anche su Google News!