Quando parliamo di uno standard di bellezza, parliamo appunto di uno standard (che tra l’altro non sempre è realistico, se non per pochi). Non tutte le persone sono uguali fisicamente, e naturalmente neanche tutte le donne lo sono.

C’è stato un tempo in cui però, per partecipare a un concorso di bellezza, erano richieste delle misure ben precise: per esempio una condizione per contendersi la fascia di Miss Italia fino al 2000 sono state le misure 90-60-90. Ma di cosa si tratta?

90-60-90: cosa significa?

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Fonte: Riso amaro

La dicitura 90-60-90 indica delle misure precise, 60 centimetri di vita e 90 centimetri per seno e fianchi. Queste misure conferiscono alle donne la tipica forma “a clessidra”, ravvisabile nelle star dei film degli anni ’50 e ’60, da Marilyn Monroe a Lana Turner, da Jane Russell a Sophia Loren, passando per Brigitte Bardot, Claudia Cardinale fino alle “vixen” delle pellicole di Russ Meyer.

Parliamo di donne bellissime, che corrispondono a questo standard estetico, ma al tempo stesso di miti per i quali il fascino si confonde spesso con talento e personalità. C’è da dire che questo stereotipo è stato cavalcato in breve tempo dalla cultura dei mass media immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, per dare al mondo l’idea di floridezza a partire dalle donne.

90-60-90, dalle pin-up ai canoni di bellezza odierni

Le pin-up girl erano ragazze e donne che, negli anni ’40 e ’50, posarono (pin-up è infatti la posa) per disegni, soprattutto pubblicitari. Le donne scelte per fare da modelle avevano infatti le misure 90-60-90, le cosiddette maggiorate con il vitino da vespa, ma le cose sono cambiate nel tempo, anche a causa delle tendenze della moda.

Dagli anni ’60 in poi, dall’avvento di Twiggy, le modelle e le attrici iniziarono a incarnare via via un ideale estetico sempre più minuto per poi passare all’androgino. Con due eccezioni: una negli anni ’80, in cui le modelle statuarie avevano più le sembianze di amazzoni, alte e prosperose, come Naomi Campbell e Cindy Crawford, la seconda oggi, in cui l’ideale abbraccia la diversità dal punto di vista della taglia e dal punto di vista etnico (e anche dell’età).

Icone di bellezza sono oggi tantissime donne molto differenti nell’aspetto: da Nicki Minaj a Kim Kardashian, passando per Scarlett Johansson, Charlize Theron, Uma Thurman nonché la figlia Maya Hawke, Beyoncé, Rihanna, Ashley Graham.
Insomma sono passati i tempi di Rossella O’Hara che cercava di strizzarsi il vitino nel bustier dopo il parto, o di Lisa Kudrow che negli anni ’90 si sentiva enorme accanto alle esili colleghe di Friends.

Come riporta Focus, alcuni ricercatori sono partiti dalla coniglietta del paginone centrale di Playboy di dicembre 1953 e sono arrivati alla coniglietta di dicembre 2001, cercando di stimare il loro indice di massa corporea e le misure di seno, vita e fianchi per capire cos’è cambiato nello stereotipo estetico femminile. Secondo i loro calcoli, sono diminuite le misure di seno e fianchi, a favore delle misure della vita: niente più donna a clessidra quindi e si è assistito all’avanzare di un ideale estetico sempre più androgino.

I modelli di “perfezione” estetica nel tempo

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Fonte: Gilda

Finora abbiamo parlato sempre del ‘900, ma in realtà la questione dell’ideale estetico femminile (o del suo stereotipo) ha affrontato vari cambiamenti nel tempo (che diventano cambiamenti culturali se li confrontiamo anche all’attualità in diversi Paesi del mondo).

In altre parole, le donne sono state considerate belle in modi differenti attraverso il tempo, ma un ideale di bellezza odierno in Italia è diverso dall’ideale di bellezza attuale nello Zambia, in India o in Corea del Sud. Va ricordato però come lo stereotipo di bellezza femminile sia una delle deformazioni negative dell’eteronormatività, perché rappresenta il costrutto sociale dell’attrattività delle donne, come se fosse solo il corpo delle donne ad affascinare, non la loro personalità, il loro cervello o il loro carattere.

Il fenomeno, nello specifico, prende il nome di «male gaze» (cioè sguardo maschile) e consiste nell’attribuire alle donne delle caratteristiche fisiche, psicologiche e dal punto di vista di movenze, passioni e abitudini, immaginate dal punto di vista degli uomini e quindi oggetto del desiderio maschile eterosessuale, come riporta TheConversation.

Il fenomeno, che è decisamente evidente in fumetti e cinecomics, è presente nel cinema ma anche nella pubblicità: accade spesso che le attiviste scovino, anche in Italia, degli spot sessisti e ne chiedano il ritiro. Certo, esistono registe donne, come Jane Champion o Sofia Coppola, che sono riuscite a descrivere dall’interno l’universo femminile, ma sono ancora troppo poche per parlare dell’avvento di un vero e proprio sguardo femminile nei media.

Tornando al modo in cui questi stereotipi estetici femminili si siano evoluti nel tempo, bisogna partire da lontano. TheList fa un excursus che parte dalla preistoria: i modelli femminili che ci sono stati tramandati attraverso le statuette primitive, corrispondono a un’ideale d’abbondanza, perché le donne erano viste inconsapevolmente come un mezzo per perpetuare la specie umana.

L’abbondanza è desiderabile

dice il Genio, nel racconto Il genio nell’occhio d’usignolo di Antonia S. Byatt, alla sua amante Gillian, una donna moderna che vuole rinunciare alla sua tendenza alla pinguedine (tipicamente britannica durante la mezza età, aggiunge l’autrice nella storia).

Le cose cambiano un po’ nell’Antico Egitto, complice anche il fatto che ha inizio con gli egizi l’idea della cosmetica e del make-up. Guardando le statue greche invece possiamo notare come la simmetria la faccia da padrone: nell’Antica Grecia si cercarono di codificare degli ideali estetici, a partire dalla lunghezza del naso per finire al secondo dito del piede che deve essere più lungo dell’alluce.

La bidimensionalità della pittura e della scultura medievali lasciarono lo spazio alla prospettiva rinascimentale: qui emerge come la donna torni a essere un simbolo di fertilità, attraverso un ventre abbondante e un fisico che oggi definiremmo curvy.

L’età elisabettiana in Inghilterra e poi l’avvento dello Stato Assoluto fino alla Rivoluzione francese in Francia hanno contribuito all’affermarsi della cosmetica e delle parrucche (anche per gli uomini), mentre in età vittoriana le donne iniziarono a essere relegate ai ruoli di madri e casalinghe, tanto che i loro corpi non furono mai enfatizzati.

Nel ‘900 l’ideale di bellezza femminile è cambiato spesso e rapidamente. Vi abbiamo già raccontato le tendenze estetiche dagli anni ’50 a oggi, ma ancora prima, nel Secolo Breve, sono accadute molte cose da questo punto di vista. si va dagli anni ’20 con il trucco etereo e le gonne sopra la caviglia (che doveva essere sottile), agli anni ’30 e 40 in cui la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale portano le donne a non preoccuparsi della propria magrezza (c’era poco da mangiare) e la moda iniziò a proporre adattamenti da tailleur maschili (per via appunto delle condizioni di povertà molto diffusa).

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