Perché il modello di bellezza occidentale rischia di uccidere le donne afroamericane - Roba da Donne

Perché il modello di bellezza occidentale rischia di uccidere le donne afroamericane

Possibile che ancora oggi esistano modelli di bellezza che favoriscono delle caratteristiche piuttosto che altre, anche a discapito della propria salute? Scopriamolo insieme.

Quando si parla di bellezza e in particolare di bellezza fisica, non dovrebbero esistere stereotipi, canoni o regole imposte. Nessuno standard o modello estetico a cui aspirare, ma solo la valorizzazione di ogni singola peculiarità personale.

Dovrebbe essere così, certo, ma il condizionale è d’obbligo. Questo perché nella nostra società, ancora oggi, vige la “supremazia” di un modello di bellezza basato sui caratteri occidentali.

Una vera e propria imposizione sociale che costringe a un determinato aspetto anche chi, per origine, ne possiede un altro. E non parliamo solo del colore della pelle o dei tratti somatici.

L’uniformità a livello estetico riguarda anche aspetti molto più “semplici” come la forma o il colore dei propri capelli. Perché se è vero che il colore della pelle, ora come nel passato, è una delle maggiori cause di razzismo e discriminazione, i capelli non sono assolutamente da meno.

Da sempre associati alla bellezza femminile, i capelli svolgono un ruolo che non è solo estetico ma che, di fatto, definisce la propria identità. Quando però a entrare in gioco sono altre questioni di origine storica, razziale o culturale, i capelli prendono un significato molto diverso.

Lo sanno bene le donne afroamericane che, nel corso degli anni, si sono viste costrette a uniformarsi a canoni estetici occidentali, passando da una schiavitù a un’altra, molto più sottile.

Oltre a una serie di problemi di salute estremamente dannosi. Vediamo perché.

La storia

Fino al sedicesimo secolo, i capelli erano considerati come una fonte di orgoglio in molte culture africane. Un valore che veniva curato in modo molto ricercato. Quando, però, si intensificò la tratta degli schiavi da parte dei conquistatori occidentali, le cose cambiarono radicalmente.

La privazione della libertà si manifestò anche nella spersonalizzazione e nello sradicamento delle persone dalla propria cultura di origine.

Un modo utilizzato dagli occidentali, per attuare questo intento, era quello di rasare a zero uomini e donne obbligati alla schiavitù. All’interno delle piantagioni le donne coprivano i propri capelli con dei fazzoletti mentre gli uomini li tenevano molto corti, il tutto per renderli meno visibili.

Fu proprio da quel momento che la tipica capigliatura riccia e crespa delle popolazioni africane, in inglese “nappy”, venne associata alla schiavitù.

Proprio per questo, quando venne abolita la schiavitù a metà del diciannovesimo secolo, i capelli diventarono un mezzo di integrazione e i canoni di bellezza occidentale vennero eletti come gli unici accettati e promossi dalla società.

Iniziarono a diffondersi stereotipi ben definiti di bellezza e l’idea che esistessero capelli buoni o “good hair”, lisci e morbidi e capelli cattivi o “bad hair” lasciati al naturale.

Per questa ragione presero piede tutta una serie di oggetti e prodotti creati appositamente per “domare” i capelli naturalmente ricci delle donne afroamericane. Espedienti per rendendoli lisci e ordinati come suggeriva il modello estetico occidentale.

Quello di cui non si tenne conto, però, è che quelle pratiche erano molto dannose. Non solo per la salute dei capelli ma anche e soprattutto per la salute generale della donna. E questo ad oggi non è cambiato.

Il prezzo dell’integrazione

Secondo uno studio pubblicato sull’International Journal of Cancer, infatti, i prodotti cosmetici progettati specificamente per la tipologia di capelli delle donne afroamericane, contengono più sostanze chimiche rispetto ad altri prodotti simili destinati ai capelli delle donne bianche.

Queste sostante disturbano il sistema endocrino che regola la riproduzione, il metabolismo, il sonno, la funzione dei tessuti, la crescita e lo sviluppo.

Altri effetti possibili dall’utilizzo di questi prodotti e messi in luce dalla ricerca sono una sensazione di stordimento e difficoltà respiratoria fino alla formazione di vesciche e alopecia. Ma non solo.

I dati dimostrano come l’utilizzo di tinte e prodotti liscianti nelle donne di origine africana, alzi il rischio di sviluppare il cancro al seno del 45% rispetto a un aumento del 7% nelle donne bianche. Percentuale che può salire fino al 60% se il consumo è continuo e frequente.

Perché, allora, ci si continua a tingere o lisciare i capelli? La risposta è semplice e nello stesso tempo demoralizzante. Per omologarsi.

Le donne nere raddrizzano i capelli per assimilarsi“, ha detto Amelia Govan, rappresentante di vendita che da adolescente faceva uso di questi prodotti per lisciarsi i capelli ogni mese. “Dobbiamo adattarci: non vedi mai donne nere con le trecce che lavorano in azienda.

Una voglia (o necessità) di integrazione e omologazione che, però, può avere conseguenze pericolosissime. I ricercatori hanno anche scoperto che, indipendentemente dalla razza, l’uso di piastre e prodotti liscianti per capelli ogni 5-8 settimane può aumentare il rischio di cancro al seno del 31%.

Tra gli agenti chimici all’interno di questi prodotti, infatti, sono presenti sostanze cancerogene come la formaldeide che, però, non sono elencate sull’etichetta. Una disinformazione che provoca danni enormi per la salute.

I prodotti per capelli venduti negli Stati Uniti contengono oltre 5.000 tipologie di sostanze chimiche. Oltre alla formaldeide, per esempio, ci sono le ammine che possono causare mutazioni del DNA e parabeni che sono collegati a problemi riproduttivi e ormonali.

Nonostante questo, negli Stati Uniti solo 11 sostanze chimiche sono vietate nei prodotti di bellezza. Nell’Unione Europea, fortunatamente, il numero sale a 1300.

Informazione o evoluzione

A questo punto la domanda sorge spontanea. Meglio sensibilizzare le persone riguardo a ciò che utilizzano per omologare il proprio aspetto a canoni prestabiliti o, piuttosto, sarebbe meglio mettere in discussione questi canoni che non hanno ragione di esistere?

Ovviamente la trasparenza e la correttezza sulle sostanze che vengono utilizzate nei prodotti di bellezza dovrebbe essere garantita, ma questo non è paragonabile all’idea che, ancora oggi, ci si debba adattare a modelli estetici che favoriscono delle caratteristiche piuttosto che altre, a discapito della propria salute.

Fortunatamente qualcosa sembra si stia muovendo. A sostegno di questa importante battaglia, la California è stato il primo Paese ad approvare una legge che vieta ogni forma di discriminazione legata ai capelli o alle acconciature afro.

In più, all’inizio degli anni 2000, è tornato alla ribalta il Natural Hair Movement, un’iniziativa apparsa per la prima volta negli anni ’70, volta a promuovere il diritto e la scelta personale di portare i propri capelli afro al naturale.

Un movimento sostenuto da personaggi famosi come le cantanti Beyoncé e Solange Knowles, la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie o l’attrice Lupita Nyong’o e che sta prendendo sempre più piede.

Al di là di tutto, però, resta chiaro che l’unica cosa veramente importante da combattere è la discriminazione e ogni forma di razzismo, esclusione o omologazione a discapito della diversità e, troppe volte, della salute.

Perché, senza nemmeno troppa retorica, l’essere giudicati o “accettati” per il colore della pelle, per i tratti somatici o per l’aspetto e il colore dei propri capelli, siano essi lisci, ricci, afro o una parrucca, è solo il sintomo di un’evoluzione (per alcuni) mai avvenuta.

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