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Cos'è davvero l'hair shaming e perché non è quello di cui parla Chiara Ferragni

Lo spot Pantene sull'hair shaming è lodevole, ma non parla davvero del problema. Che è decisamente più profondo e non si limita all'equazione bionda=stupida.

La discriminazione passa anche dai capelli.

Può sembrare incredibile, ma l’abitudine di etichettare le persone affidandosi il più delle volte a stupidi pregiudizi o a stereotipi antiquati interessa anche le nostre chiome. Si chiama hair shaming, ed è appunto l’odiosa tendenza di giudicare le persone in base alla pettinatura o al colore di capelli che hanno.

Ne ha parlato Pantene nell’ultimo spot appena lanciato, attraverso l’ormai iconica testimonial Chiara Ferragni che, nella pubblicità, legge alcuni dei commenti negativi pubblicati sui suoi social dai detrattori, per evidenziare quanto ancora sia persiste il cliché della bionda=stupida.

Per carità, lo stereotipo esiste, e l’equazione capelli biondi-quoziente intellettivo non geniale continua a esistere in molti ambienti lavorativi, ambienti, e, in generale, a livello culturale. Anche se Chiara Ferragni, in tutta sincerità, è l’esempio che dimostra esattamente il contrario, dati i risultati che ha raggiunto in pochi anni, non tutti attribuibili solo a una buona dose di fortuna. Esiste come un tempo si riteneva che i bambini nati con capelli rossi fossero figli del diavolo, insomma qualche vecchio preconcetto, talvolta basato sulla superficialità di giudizio, altre sulla superstizione, è duro a morire.

Il problema, però, è che l’hair shaming è qualcosa di molto diverso da quello  denunciato nello spot Pantene: è un argomento decisamente più radicato in contesti socio-culturali ben precisi, settario, nel senso che interessa una precisa categoria di persone, e che può avere conseguenze ben più importanti rispetto all’essere appellati come “stupidi” o “figli del demonio” (che piacere, di certo, non fa, sia chiaro).

Lo spiega perfettamente Fra Low nel video You Tube che potete vedere a questo link: l’hair shaming ha storicamente colpito le donne afroamericane, e i loro capelli ricci e crespi. A causa loro le ragazze afro sono spesso discriminate sui banchi di scuola, dove possono essere vittime di bullismo, o al lavoro, dove possono non essere assunte proprio a causa della loro capigliatura. Insomma, lo stesso pregiudizio razziale che ha portato nella storia a fare della diversità del colore di pelle un’occasione, per alcuni, per mettere le persone su piani diversi, si ripropone anche per quanto riguarda i capelli. E questo è hair shaming.

Definire una persona “sporca”, “poco attenta alla propria igiene”, o catalogarla come persona “da ghetto”, in base ai capelli che ha, questo significa attuare una discriminazione che non ha nessuna attinenza reale ed è fondata solo su associazioni strampalate, frutto di altrettanti assurdi preconcetti. Ma è, sostanzialmente, lo stesso motivo per cui molte di queste stesse ragazze preferiscono nascondere i propri capelli naturali per indossare una parrucca che le possa far sentire più accettabili a livello sociale. Che conferisca loro un’immagine che risponda alle aspettative degli altri, snaturando però in questo modo se stesse.

Tutto questo è hair shaming, non – o non solamente, almeno – l’etichettare una bionda come “stupida”. Per questo il messaggio di Pantene, pur con tutta la sua buona volontà, è sbagliato: perché è zoppicante, manca di passaggi fondamentali, non rappresenta davvero quello che è l’hair shaming.

Prima di tutto, come la stessa Fra Low suggerisce, avrebbero potuto scegliere una testimonial diversa: e non perché Chiara Ferragni sia “brutta e cattiva”, tutt’altro, ma semplicemente perché, con un’altra persona, il messaggio dello spot avrebbe avuto maggiore ragione di esistere. Scegliere una donna afro, una ragazza rasata, un ragazzo con la cresta punk colorata o con i capelli lunghissimi, questo sì, avrebbe rispecchiato in pieno il concetto esposto. Il perché è presto detto: donna afro? Sporca e da ghetto. Ragazza rasata? Disagiata. Cresta punk? Tossico. Uomo con i capelli lunghi? Nullafacente che sogna di fare la rockstar.

Questi sono i pregiudizi che rendono l’hair shaming odioso al pari degli altri, quelli sui tatuaggi, sui piercing, sul modo di vestire, sul colore della pelle. Questi sono i motivi per cui va combattuto.

Siamo grati a Pantene per aver scelto di parlarne, perché è sempre importante che brand di prestigio vogliano parlare e dare risonanza a questi temi, ma quando si sceglie di farlo, bisogna portare avanti la cosa con coerenza. Con forza, e con coraggio. Altrimenti si rischia solo di passare il messaggio che quella strada si è presa per buonismo e opportunismo, per cavalcare un’onda solo perché “di moda”. Mentre nel frattempo i cliché restano, ben saldi, al proprio posto.

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